Barbiana: il silenzio diventa voce
Riflessione condivisa degli educatori dell' Istituto Comprensivo R. Castellani di Iolo (Prato)
L'insegnamento della lingua è stato uno degli elementi fondamentali nell'operato di Don Milani, prima a San Donato di Calenzano poi a Sant' Andrea a Barbiana e comunque sempre presente nel suo percorso di vita. Egli non si limitò però alla sola didattica, la sua grandezza nasce dal suo desiderio di permettere a tutti, grazie alla cultura, di sentirsi uguali e partecipi del mondo, senza distinzione di classe sociale perché tutti hanno il diritto e il dovere di sentirsi cittadini con pari dignità. Ci appare così anacronistico oggi un pensiero del genere? Direi di no.

Don Milani e i suoi ragazzi
Forse non ci appare più così netta la divisione culturale fra ricchi e poveri, tutti vanno a scuola ma purtroppo ciò che fra i banchi oggi si percepisce è la mancanza di "passione". Sì, avete capito bene, quel sentimento che coinvolge, affascina, stimola ogni individuo fino a portarlo all'amore, un amore che deve tradursi nel desiderio di conoscenza. Su questo, come dei novelli "Don Milani" dovremo, noi insegnanti, far leva, riuscire a far scaturire dal cuore dei ragazzi l'amore per lo studio e per la conoscenza. Che impresa complessa, a tratti ardua perché, purtroppo o per fortuna, lo studio prevede fatica, impegno, dedizione, proprio quegli stessi sforzi che accompagnano il crescere, lo svilupparsi e il sopravvivere di una storia d'amore. Stavolta però non si tratta di un fidanzato o di una fidanzata ma della vita dei nostri ragazzi che la cultura dovrà accompagnare e fortificare e dare quegli strumenti per discernere ciò che conta. Non possiamo permetterci infatti di far uscire dalla nostra scuola dei diplomati che però sono solo dei "burattini obbedienti" che seguono semplicemente le mode per dirla con Don Milani. Il rischio tuttavia, credetemi, è grosso e concreto e il mondo esterno rema contro il lavoro della scuola, di quella scuola consapevole che non timbra il cartellino ma che ogni giorno con passione, quella stessa passione che deve trasmettere ai ragazzi, entra in classe e desidererebbe tanto entrare nei cuori degli allievi.
Ogni giorno i nostri alunni che dal loro banco ci guardano, sono bombardati da immagini patinate provenienti dal mondo esterno che fanno apparire loro tutto facile, bello, disponibile e immediato. Sono così ampie, diversificate e intriganti le soluzioni loro proposte che ormai è inutile anche sognare perché la realtà supera i sogni. Non è un caso quindi che spesso li vediamo così impacciati nell'esprimere pensieri semplici, emozioni, sentimenti, per non parlare dei loro desideri o delle aspettative per il futuro. Anche noi pertanto siamo chiamati a dover insegnare loro la lingua, una lingua che permetterà loro di esprimersi, di difendersi, di dire al mondo esterno che non sono degli sciocchi da manipolare ma sono degli esseri che vivono, pensano, amano, parlano alla luce di quanto hanno compreso e che si esprimono con la consapevolezza della propria coscienza. I ragazzi che oggi circolano nei corridoi delle scuole e si siedono ai banchi hanno il diritto di comunicare, di capire, di formarsi per appartenere a se stessi, ai loro pensieri e dobbiamo fare in modo che il mondo esterno non li manipoli approfittando, per assurdo, di una nuova ignoranza generata dall'informazione. Come insegnanti dobbiamo fornire loro gli strumenti per diventare prima di tutto dei cittadini pensanti e questo avviene anche attraverso un corretto uso della lingua e dei linguaggi. Solo con la padronanza di strumenti comunicativi potranno capire che altri magari mirano solamente ad ingannarli ed è nostro compito aiutarli ad uscire da quel silenzio che li rende ignoranti e fare in modo che questo stesso silenzio diventi voce, la loro voce che comunicherà al mondo le loro emozioni, i loro sentimenti, il loro assenso o anche il dissenso verso ciò che li circonda.
Chiara Bacci